giovedì 29 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9puntate)

9puntata


Il viaggio sta per terminare, siamo sul treno che ci conduce a Ravenna.
E' bello viaggiare in treno, il paesaggio scorre come in un film, i sedili sono comodi e confortevoli, lo scompartimento è intimo come un salotto, il treno è quasi vuoto, si parla e si guarda dal finestrino; così si nota l' abbandono delle piccole stazioni, delle piccole cittadine rivierasche, solo la stazione di Igea Marina, accoglie il visitatore con le pareti tinteggiate di azzurro e brulicanti di pesci e molluschi colorati.
Siamo giunti a Ravenna alle 19,30 , fame non ne avevamo come non avevamo voglia di lasciarci e di porre fine alla giornata, così telefono a Rita e le chiedo se vuole unirsi a noi per un caffè.
Io veramente ero stanca e sarei volentieri già andata a letto, ma Franco aveva il treno per il ritorno a casa sua solo alle 24,00 e quindi mi sembrava maleducato lasciarlo solo ad aspettare.
La serata si è quindi conclusa in uno dei pochi ritrovi di Ravenna che non chiude alle 20,00: il Fricandò, dove si può cenare ed anche mangiare ottimi dolci.
Fra caffè e tisane si è ricordata la giornata a Rimini fra parole impegnate e lazzi e sorrisi, in compagnia di Rita che ci ha raggiunti.
Poi ci siamo salutati ed ognuno per la propria strada, ed io dalla foto saluto pure voi, perchè il racconto è finito.

martedì 27 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)




8puntata




Per ultima visita, come ciliegina sulla torta, esaminiamo la mostra " La sapienza risplende".
Il titolo nasce dall’epigrafe in calce alla Madonna duecentesca di Sivignano: ‘Nel grembo della Madre risplende la sapienza del Padre’.
Sono veramente imponenti queste Madonne d' Abruzzo, salvate dal terremoto e custodite con affetto, sono popolane, colorate, grandi ed amorevoli mamme per tutti noi.
Alcune hanno ancora le ferite del tempo e del terremoto.
Alla mostra sono presenti una ventina di esemplari di notevoli dimensioni, fra i quali non mancano alcune Maesta’ piu’ grandi del naturale, che nell’imponenza della rappresentazione e nella smagliante veste cromatica esercitano su qualunque osservatore un indubbio fascino, ed e’ caratterizzata dal forte accento sul quale si fonda il titolo.
Sono statue e tavole di area abruzzese realizzati tra la fine del XII secolo e gli inizi del XVI raffiguranti la Vergine. La rassegna, allestita nelle sale del Museo della Citta’, e’ in perfetta sintonia con il Meeting per l’Amicizia, in concomitanza con il quale aprira’ i battenti il 21 agosto , la mostra chiuderà il 1 novembre 2011.
Le Madonne non sono mai distanti proprio perché concepite in un dialogo; affermano così contemporaneamente la loro umanità e la loro divinità, simbolo di come l’arte popolare sia principalmente arte per il popolo, studiata per essere compresa da una realtà variegata di persone...sarà pure arte popolare ma è calda ed accogliente come un abbraccio, forse saranno state le tante preghiere e invocazioni che queste Madonne hanno ricevuto lungo gli anni, ma qui si respira un divino intimo al singolare.
La giornata volge al termine e Franco ed io ci incamminiamo per la stazione...si ritorna a Ravenna.

mercoledì 21 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)







7puntata



Una carellata di immagini che va dai primi secoli al Cinquecento, ciò è quello, solo un poco delle meraviglie presenti al Museo Della Città, di Rimini, che mi sono rimaste in modo indelebile nella mente.Il Museo è ospitato dal 1990 nella sede del Colleggio dei Gesuiti . Si presenta a forma di U addossato al fianco della chiesa, con un corridoio che permette l’accesso a tutti i vani. Attualmente si compone di circa 40 sale in cui sono esposte circa 1500 opere. Il cortile ospita il lapidario romano, al piano terra si può visitare la prima parte della Sezione Archeologica dedicata allaRimini Imperiale.
Tra il primo e il secondo piano si trova la Pinacoteca, seguendo un percorso cronologico. Fra gli altri capolavori sono presenti anche quelli della Scuola riminese del Trecento.
Il Museo è ricchissimo di opere quindi vi parlerò solo di quelle che ricordo e considero le più belle. Senz' altro notevole è la ricostruzione della Domus del Chirurgo , ritrovata nella vicina Piazza, risalente al II sec d. C. con tutti gli arnesi ed attrezzi del chirurgo. Incantevole è poi il tondo in pasta vitrea colorata raffigurante pesci ed assolutamente imperdibile il grande mosaico in tessere bianche e nere coi delfini e le imbarcazioni. Dalle linee pure e nitide è il pregevole Orfeo Citaredo, che io avevo già visto in una mostra a Ravenna e perciò mi è risultato caro ed amico.
E poi come non stupirsi incontrando in un grande mosaico colorato un Orfeo con la testa di Anubi?
E' la testimonianza di un gusto o di una fede per l' Egitto?
Testimonia comunque che al fascino per l' oriente non erano immuni neanche 1900 anni fa.
Un altro bel corpus di capolavori si trova al primo piano nella sala del Trecento con tavole di giotteschi, tra cui spicca Giuliano da Rimini. In un' altra sala della pinacoteca vi è poi un capolavoro " La Pietà" di Giovanni Bellini del 1500 circa che da solo vale la visita al museo: grazia, dolcezza e armonia vibrano nell' opera del pittore veneto.
Qui su questo piano del Museo vi è anche la mostra " La Sapienza risplende . Madonne d' Abruzzo" che ora visiteremo.

domenica 18 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)



6puntata




Il centro di Rimini è racchiuso fra l' asse che va dal Ponte di Tiberio all' Arco di Augusto, è raccolto in una conchiglia silenziosa nei mesi che non siano d' estate.
Lasciamo la Rocca e ci dirigiamo al suggestivo Ponte di Tiberio, un manufatto di soffuso biancore , che si tuffa sopra le acque del Marecchia mentre il fiume si tuffa nel mare.
Il Ponte di Tiberio collega il centro storico diRimini con il Borgo San Giuliano.
La sua costruzione risale all’età dell' antica Roma , i lavori iniziarono nel 14 d. C. per concludersi nel 21 d. C. come riporta l’incisione sui parapetti interni; i lavori finirono sotto il regno di Tiberio , da questo il nome. Evidentemente i romani di un tempo erano celeri nell' eseguire i lavori anche non disponendo dei mezzi di oggi.
Costruito in pietra d’Istria, il ponte si sviluppa in cinque arcate che poggiano su piloni muniti di speroni frangiflutti ed impostati obliquamente rispetto all’asse del ponte, in modo da assecondare la corrente del fiume Marecchia. Infatti è l’unico ponte cittadino traversante il fiume, resistette ai bombardamenti dei tedeschi, e oggi è ancora percorribile anche da mezzi pesanti. Questo è un po' un peccato perchè percorrere il ponte e le sponde che portano al livello del fiume è un percorso molto romantico, sulle bitte vi si può sedere ed osservare il lento fluire dell' acqua, le barche multicolori, il bianco ponte così maestoso nei suoi 2000 anni di vita, allora può assalire anche il velo della malinconia, lo struggimento degli anni inutili e futili perchè veloci come un lampo, e sobbalzare di colpo perchè un' auto ti sta per investire.
Ai bordi della pavimentazione si vedono delle lastre di pietra con iscrizioni latine. Secondo una leggenda è l’ennesimo “Ponte del Diavolo” visto la presenza di due tacche somiglianti all’impronta di piedi caprini.
Più che ponte del diavolo è ponte dell' amore, in quanto non è raro imbattersi in adolescenti che si scambiano bacetti, a dire il vero io ho pure visto una coppia di "anzianotti" baciarsi e mi hanno fatto tenerezza ed invidia...ah l' amour, l' amour.

giovedì 15 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)

5puntata




Decidiamo di fare una passeggiata per smaltire un poco l' effetto del cibo e del vino e per prima cosa giranzoliamo attorno a Castel Sigismondo.
Il Signore di Rimini e Fano: Sigismondo Malatesta volle edificare un castello poderoso al quale diede anche il nome.
La struttura venne costruita per resistere alla forza dei cannoni, come degna sede per la corte e per la guarnigione e come segno di potere e di supremazia sulla città. Le cortine sono molto robuste e i grandi torrioni quadrangolari ospitavano al loro interno un cannone in bronzo ciascuno (su consulenza di Filippo Brunelleschi che predisponette l'apparato difensivo).
La costruzione conserva un notevole fascino con le sue poderose muraglie a scarpa, il cui effetto originario, doveva essere formidabile. L’ingresso verso la città è ornato da uno stemma costituito dal classico scudo con bande a scacchi, sormontato da un cimiero a testa d’elefante crestato e affiancato da una rosa quadripetala. A sinistra e alla destra dello stemma è scritto “Sigismondo Pandolfo” in caratteri gotici, alti e pittoreschi. La parte centrale del castello era adibita ad abitazione del principe. In questo castello Sigismondo è morto nel1468 .
Subì profonde modifiche nel XVII secolo, quando divenne proprietà pontificia, infatti fu abbattuta la cinta muraria, riempito il fossato e svuotato degli antichi arredi.
Il Castel Sismondo è stato anche il carcere di Rimini, dal XIX secolo fino al 1967 prima di essere restaurato, oggi è sede di prestigiose mostre d' arte.
Voltiamo le spalle alla Rocca incamminandoci verso il Ponte di Tiberio.

lunedì 12 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)


4puntata




Finita la visita al Tempio Malatestiano ci dirigiamo verso La Rocca Malatestiana per cercare una trattoria. La troviamo proprio di fronte a Castel Sigismondo, presenta un allegro arredamento in stile rustico romagnolo, con accattivanti eleganti e teatrali lampadari a gocce di cristallo e candele.
Scegliamo maccheroncini alle canocchie innaffiate da vino bianco frizzante. Vi scrivo la ricetta, perchè sono facili da fare e buonissimi da mangiare.

Preparazione:

Pulire le canocchie privandole delle zampette, della bocca e di tutte le parti acuminate. Tagliarle quindi a metà o in tre parti, a seconda della grandezza. Lavarle velocemente sotto l’acqua. In una padella fare rosolare l’aglio con l’olio extravergine e il peperoncino fresco. Aggiungervi le canocchie e, una volta dorate, salare e versarvi il vino bianco, quindi sfumare. Unire infine i pomodorini tagliati a metà, coprire il tutto e continuare la cottura. Nel frattempo cuocere i maccheroncini all’uovo, scolarli e aggiungerli al sugo delle canocchie. Se necessario, aggiungere un mestolo di acqua di cottura della pasta. Amalgamare bene il tutto e servire con un filo d’olio extravergine d’oliva e una manciata di prezzemolo tritato.

Le portate erano abbondanti e perciò saltiamo il secondo e passiamo al dolce e alla frutta. Stupita mi sono vista servire, la mia scelta era stata pasticceria secca con mascarpone, 7 fette, dico 7 fette di torte miste ed una ciotola di mascarpone. La mia golosità ha fatto sì di mangiare tutto col risultato di sentirmi troppo appesantita. L'ananas era invece servito decorativamente con un torciglione di arancio e una coppia di amarene.

Finito il pranzo siamo usciti e trovandoci di fronte alla Rocca abbiamo deciso di tornare a Rimini per la nuova mostra di pittura che si terrà in gennaio proprio alla Rocca, sede di mostre d' arte ad alto livello. A Gennaio inizierà la mostra da Vermeer a Kandinsky e io e Franco non la perderemo di sicuro e voi fate altrettanto che vi divertirete.

venerdì 9 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)





3puntata



Preso il treno delle 11,15 per Rimini, siamo giunti nella tiepida e sonnolenta città romagnola, Rimini è viva solamente durante il periodo estivo, e infilati subito dentro il Tempio Malatestiano.
La luce è la cosa che colpisce il visitatore appena entra dentro questo edificio progettato dall'Alberti e voluto dall'allora signore della città, Sigismondo Pandolfo Malatesta, come tempio quasi pagano (era in lotta col Papato e non volle simboli cristiani) per celebrare lui e la sua stirpe.
Luce che proviene dalle alte finestre gotiche e si riversa entro le cappelle laterali e sui putti, scolpiti da Agostino di Duccio, che ne decorano le balaustre.
Putti che sorridono, giocano, si rattristano mentre fanno da compagni eterni a chi li volle, uno dei condottieri più coraggiosi e spietati del rinascimento italiano.
C'è qui dentro anche qualcosa di Ravenna, nell XVI secolo la Basilica di Sant' Apollinare in Classe subì la spoliazione dei marmi interni, posti in opera per la costruzione del Tempio Malatestiano di Rimini, quando i monaci camaldolesi abbandonarono il luogo per insediarsi nel Monastero Classense in città.

La parte esterna è tutta di marmo, nella parte inferiore della facciata si notano tre archi, due ciechi e uno aperto per consentire l'ingresso al tempio, la parte superiore è incompiuta. Le facciate laterali, sempre in marmo, hanno sette archi ciechi con altrettante finestre.

L'interno cala il visitatore in un atmosfera surreale caratterizzata dal "bello" allo stato puro: una sola navata, ricoperta da travi di legno. dalle quali partono le arcate che chiudono alla base le cappelle. Salta all'occhio la differenza tra la parte voluta da Sigismondo (ricca di ornamenti, sculture e fregi) e la parte realizzata dopo la sua morte;

il sepolcro di Sigismondo, posto a destra, tutto in marmo, caratterizzato da due bassorilievi che raffigurano il profilo dello stesso Sigismondo.

Nella quarta cappella vi è l' affresco di Piero della Francesca raffigurante Sigismondo Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo re di Borgogna (l'affresco oltre ad essere bello è l'unica testimonianza di come era stato fatto il castello nel XVI sec. che si scorge alle spalle di Sigismondo)

Nella seconda cappella, una statua di San Michele Arcangelo , e il sarcofago di Isotta degli Atti (grande amore di Sigismondo Malatesta); nella terza cappella bassorilievi realizzati da Agostino di Duccio, uno dei più belli raffigura Rimini sotto il segno del Cancro; tra i capolavori più interessanti da vedere all'interno del tempio: il Crocifisso di legno realizzato da Giotto, realizzato dall'artista toscano nel 1312 appositamente per l'antica chiesa francescana e una tela del Vasari. Nella prima cappella, realizzata in onore di San Sigismondo re di Borgogna, si vede un balconcino retto da putti marmorei che reggono lo stemma malatestiano; questi angioletti sono di un erotismo sfacciato, mostrano i loro culetti carnosi con atteggiamenti strafottenti, li potete ammirare nelle foto.

Nel tempio potrete imbattervi frequentemente ne simbolo del dollaro, bè raffigura l'iniziale di Sigismondo divisa a metà da un' asta in modo simmetrico, il Tempio è imbevuto di alchimia e di simboli legati al dualismo, pare impossibile che qui si celebri la Messa, anzi il Tempio è l' odierno Duomo di Rimini, pensate un po' quante contraddizzioni e quindi non preoccupiamoci se ci sentiamo incoerenti ed inadeguati, sono i nostri archetipi nell' inconscio dovuti alla vita e non a noi, inconsapevoli fruitori di opposti inconciliabili ...ma il Tempio ci insegna che ci può essere armonia nei poli opposti.

martedì 6 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)







2puntata



Le giornate di novembre avevano però influenzato Rita, e così all' ultimo momento mi aveva telefonato per dirmi che lei non sarebbe venuta.
Ora, era appena arrivato da Pesaro, Franco per unirsi a noi, alla gita a Padova, che fare?
Andare a Padova io e Franco?
Ma sia io che Franco la Cappella Scrovegni la conoscevamo bene e voglia di levatacce dopo una settimana di sveglia per il lavoro, non avevamo voglia proprio di farne.
Che fare?
Decidiamo di non andare a Padova, ma di fare una piccola e vicina escursione a Rimini.
Appuntamento allora al parcheggio di via di Roma.
Arrivo puntuale, ma Franco non c'è, mi incammino verso la stazione, prendendo in mano il telefono per chiamarlo: " Franco dove sei?"
" Sto in via Cavour, fra poco ti raggiungo." Mi risponde.
" Non preoccuparti vengo io da te, è presto per prendere il treno, visitiamo la chiesa di San Domenico, che è in via Cavour, dove c'è una mostra di mosaico internazionale". Gli dico.

Una mostra realizzata a Ravenna per presentare nella città del mosaico le produzioni più recenti degli artisti che nei diversi continenti hanno scelto i percorsi di quest'arte antica.

Opere che forniscono un'ampia visuale sulla produzione contemporanea, contraddistinte da una ricchezza cromatica e da una dettagliata precisione nella tecnica impiegata.

Dall' altra parte del telefono silenzio, Franco non mi risponde.

" Franco, ci sei?"

Silenzio, poi all' improvviso alle spalle Franco mi assale e mi urla: " sono qui"

Che spavento! Proprio non me lo aspettavo, scoppiamo entrambi a ridere e ci abbracciamo, mentre un signore, col bastone da passeggio, ci guarda in malo modo e scuote la testa.

Ci dirigiamo in via Cavour, a San Domenico, e fra i tanti mosaici ne individuiamo alcuni che ci piacciono da matti e da pazzi. Ve li ho messi nelle foto e come vedete ricordano l' Art Optical e sono degni di nota per l' uso dei materiali nelle loro caratteristiche più povere e intrinsiche, raggiungono equilibri di grazia ed armonia, sono mosaici silenziosi e dimessi come urla silenziose nel silenzio.

sabato 3 dicembre 2011

A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)


1puntata

Avevo già visitato a Padova, la Cappella Scrovegni, ma Rita, una mia amica, mi aveva chiesto di accompagnarla, perchè dovendo preparare delle lezioni su Giotto, la voleva rivedere. Le giornate ora sono corte, e spostarsi in treno da Ravenna per Padova voleva dire alzarsi col buio e col freddo e ritornare allo stesso modo, ma il sacrificio non era grande, in quanto la Cappella Scrovegni lo merita ampiamente.

La Cappella degli Scrovegni, è il capolavoro di Giotto e della pittura del Trecento italiano ed europeo, è considerato il ciclo più completo di affreschi realizzato dal grande maestro toscano nella sua maturità.
Un mare di blù zaffiro con scene ricche di emozioni di Dio e di uomo.
La Cappella intitolata a Santa Maria della Carità, affrescata tra il 1303 e il 1305 da Giotto su incarico di Enrico degli Scrovegni costituisce uno dei massimi capolavori dell'arte occidentale. La narrazione ricopre interamente le pareti con le storie della Vergine e di Cristo, mentre nella controfacciata è dipinto il grandioso Giudizio Universale, con il quale si conclude la vicenda della salvazione umana. Enrico degli Scrovegni , uomo pio e retto volle la Cappella per espiare l' usura del padre il quale si dice che avesse affamato mezza Padova e mezza Venezia. Così il destino volle che gli Scrovegni venissero ricordati ai posteri più che per i delitti per la grande opera d' arte rimasta. Anche se Dante mette lo Scrovegni all' Inferno tra gli usurai e sprezzante non lo degna di una parola: " guarda e passa".
Nelle immagini che vedete, potete constatare il taglio netto che Giotto fa con l' arte del suo tempo, un' arte asettica, filiforme e decorativa. Al contrario Giotto è empatico, gli angioletti sono disperati e sofferenti per la morte di Gesù;la Maddalena si strugge; e i corpi sono pesanti e grossi, Giotto mette pure in primo piano un grosso sederone e pecore ed arieti in varie pose.









mercoledì 30 novembre 2011

SEPTEMBER IN LOVE



SEPTEMBER IN LOVE

C' è un angolo laggiù
dove gli amanti s' incontrano
si baciano incuranti degli altri
si spogliano,
si amano,
si fondono.
Passeggiano sulle foglie d' oro
le guardono,
le ammirano,
le assorbono.
Sono foglie autunnali
che cadono lente e gialle
testimoni silenziose
del loro settembre in amore



video e poesia di Teoderica

domenica 27 novembre 2011

LA RAGNATELA parte quarta

Dopo l' opera d' arte, dopo il mito, c'è un altro interessante argomento legato al ragno ed è il tarantismo.

E'una malattia, che, secondo credenze popolari è provocata dalla puntura della tarantola che è un tipo di ragno.
Anticamente il tarantismo venne considerato un fenomeno storico - religioso che colpiva le donne e poteva essere curato esorcizzandolo con musica e canti popolari. La leggenda ci narra che il ballo e il movimento fisico generato dall'ascolto della musica, consumi le energie che il ragno trasferisce nel corpo della sua vittima.
La Tarantola , è originaria di Taranto in Puglia, secondo le leggende, il suo morso provocava crisi epilettiche e pazzia e l’unico rimedio era una danza purificatrice da cui il nome sia della Tarantola (ragno), sia della Tarantella (ballo).
L'esorcismo inizia quando il tarantato avverte i primi sintomi del tarantismo e chiede che vengano i musicisti a suonare la pizzica. Al suono della musica il malato inizia a scatenarsi. La taranta poteva essere anche indentificata con i serpenti o gli scorpioni. Dopo questa fase diagnostica comincia una fase "cromatica" in cui il tarantato viene attratto dai vestiti delle persone da cui è circondato (spesso dei fazzoletti), il cui colore dovrebbe corrispondere al colore della taranta che ha iniettato il veleno. Tale attrazione viene manifestata a volte in modo violento ed aggressivo. Il perimetro rituale non era solo circondato da fazzoletti colorati, ma anche da cose richieste esclusivamente dalla persona tarantata.Che potevano essere; tini ricolmi d'acqua, vasi di erbe aromatiche,la fune, sedia, scala, spada e altro. Inizia quindi una fase coreutica in cui il tarantato evidenzia dei sintomi di possessione che può essere di natura epilettoide, depressiva-malinconica oppure pseudo-stuprosa. Durante questa fase l'ammalato si abbandona a convulsioni, assume delle posture particolari in cui si isola dall'ambiente circostante e può assumere atteggiamenti con cui si identifica con la taranta stessa. Il rituale finisce quando il tarantato calpesta simbolicamente la taranta per sottolineare la sua guarigione dalla malattia. La messa per l' esorcismo era la data del 29 giugno, tuttavia cambiando il contesto, che un tempo era prettamente contadino, sono calati di molto le persone che vanno in chiesa per l' esorcismo, tuttavia soppravvive un rito moderno ad uso dei curiosi.
Questa possessione, legata al ragno, ma anche al mito, forse è legata al non adattarsi allo stare sottomessi, al non conformarsi alle leggi, perchè non dimentichiamo che le leggi impongono e i caratteri più liberi fanno fatica ad assoggettarsi, si reprimono finchè non si ammalano e chi più di Aracne era libera che osò sfidare Atena la dea delle leggi?

http://www.girlpower.it/sos/psicologia/aracnofobia_tarantismo.php

immagine di Teoderica

giovedì 24 novembre 2011

LA RAGNATELA terza parte


Aracne, figlia del tintore Idmone, era una fanciulla che viveva nella città di Colofone, nella Lidia, famosa per la sua porpora. Era molto conosciuta per la sua abilità di tessitrice e ricamatrice in quanto le sue tele erano considerate un dono del cielo tanto erano piene di grazia e delicatezza e le persone arrivavano da ogni parte del regno per ammirarle.

Aracne era molto orgogliosa della sua bravura tanto che un giorno ebbe l'imprudenza di affermare che neanche l'abile Atena , anche lei famosa per la sua abilità di tessitrice, sarebbe stata in grado di competere con lei tanto che ebbe l'audacia di sfidare la stessa dea in una pubblica gara.

Atena, non appena apprese la notizia, fu sopraffatta dall'ira e si presentò ad Aracne sotto le spoglie di una vecchia suggerendo alla stessa di ritirare la sfida e di accontentarsi di essere la migliore tessitrice tra i mortali. Per tutta risposta Aracne disse che se la dea non accettava la sfida era perchè non aveva il coraggio di competere con lei. A quel punto Atena si rivelò in tutta la sua grandezza e dichiarò aperta la sfida.

Una di fronte all'altra Atena ed Aracne iniziarono a tessere le loro tele e via via che le matasse si dipanavano apparivano le scene che le stesse avevano deciso di rappresentare: nella tela di Atena erano rappresentate le grandi imprese compiute dalla dea ed i poteri divini che le erano propri; Aracne invece, raffigurava gli amori di alcuni dei, le loro colpe ed i loro inganni.Quando le tele furono completate e messe l'una di fronte all'altra, la stessa Atena dovette ammettere che il lavoro della sua rivale non aveva eguali: i personaggi che erano rappresentati sembrava che balzassero fuori dalla tela per compiere le imprese rappresentate. Atena, non tollerando l'evidente sconfitta, afferrò la tela della rivale riducendola in mille pezzi e tenendo stretta la spola nella mano, iniziò a colpire la sua rivale fino a farla sanguinare. Aracne, sconvolta dalla reazione della dea, scappò via e tentò di suicidarsi cercando di impiccarsi ad un albero. Ma Atena, pensando che quello fosse un castigo troppo blando, decise di condannare Aracne a tessere per il resto dei suoi giorni e a dondolare dallo stesso albero dal quale voleva uccidersi ma non avrebbe più filato con le mani ma con la bocca perchè fu trasformata in un gigantesco ragno.

http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/aracne/



immagine di Teoderica


lunedì 21 novembre 2011

LA RAGNATELA seconda parte



Antonia Ciampi, l' artista della ragnatela donata al Museo di Rimini, è un’artista bolognese impegnata dal 1991 all’insegnamento in diverse accademie d’arte. Numerose le sue personali e vari i premi ricevuti. Nel 2006 realizza la mostra personale “ Differente” nella prestigiosa sede della Reale Accademia di Spagna.
In parallelo, rispetto agli appuntamenti dell’attività artistica e dell’insegnamento, va considerato il lavoro di ricerca, in particolare nella semantica del segno-simbolo, e della scoperta/riscoperta del colore.

Ora Al Museo di Rimini vi sono le sue leggerissime, metaforiche ragnatele, «luogo in cui si è soggetto passivo di una cattura e al contempo si diventa soggetto attivo per catturare gli altri, nel momento della realizzazione della propria ispirazione creativa», come scrive Virna Gioiellieri. «“La ragnatela è la storia della nostra vita, è un tessuto di relazioni che si possono aprire e chiudere, relazioni che si cancellano e che si possono riscrivere”. E le ragnatele di Antonia sono respiro nell’aria, il palpitare della dimensione infinitamente piccola della vita, la sua leggerezza, ma sono anche il dolore e l’angoscia della preda senza scampo imprigionata in un cuscino avvolto nell’intreccio dei fili e ancora sono la possibilità di uno spazio cosmico suggerito dai fili in rilievo appoggiati sulla fitta trama di uno spazio circoscritto.»

Tessere la tela è un po' come creare la vita , iniziarla e terminarla, la cattura della preda non è altro che la nostra morte, io la vedo un po' così penso che sia la paura inconscia della morte a far sì che ci siano persone che hanno paura dei ragni.

Mia sorella che soffriva di aracnofobia, nelle sere d' estate, nelle quali si dormiva a finestre aperte, e quindi entravano i ragnetti, non mi lasciava dormire, dovevo andare a caccia di ragni per lei, tremava dalla paura, oggi massaia perfetta li uccide con la scopa.


Leggendo il quotidiano locale di Rimini sono venuta a sapere che era in corso una polemica fra chi diceva che la ragnatela era un' opera d' arte e chi sosteneva che non lo era.
Io considero l' opera un capolavoro per l' idea ed anche per il manufatto, e trovo ottimo il posto scelto, infatti il museo non è altro che la tela di ricordi della storia passata e quindi morta , ma ora dobbiamo parlare del mito.



immagine di Teoderica

venerdì 18 novembre 2011

LA RAGNATELA prima parte

Qualche tempo fa, ad una visita al Museo della Città di Rimini, uscendo, noto sulla porta che dà alla scalinata per l' uscita, tre o quattro grandi ragnatele.
Cosa faranno mai quelle ragnatele lassù, non puliscono mai il museo o sono un' istallazione contemporanea per ricordare un luogo bellissimo, intressante ma dimenticato? Mi chiedo.
Oggi vanno di moda le mostre itineranti e a tema, ci si dimentica così che il museo è la casa delle muse, non lo si visita più o lo si visita, a volte, se è nel percorso della visita alla mostra e non si paga un ulteriore biglietto.
Franco, l' amico che mi accompagna, pensa che forse l' idea sia venuta da ragnatele esistenti, tolte per un intervento di pulizia e poi rimesse artificialmente perchè la tela del ragno è un' opera d'arte indiscussa per bellezza e per significato.
Sicuramente l' artista dell' istallazione ama le ragnatele, a me sono sempre piaciute, ed anche se a casa le tolgo, lo faccio con dispiacere e non uccido mai il ragno, lo prendo e lo metto fuori dalla porta, da noi in Romagna si dice che se uccidi un ragno in casa tua non verrà l' oro, e per oro si intende la ricchezza in generale e non solo la monetaria.
Il ragno per le sue caratteristiche, ha colpito e stimolato l'immaginario umano, entrando (spesso come una creatura leggendaria) nel folklore e nella mitologia di vari popoli.
Come il serpente, anche il ragno alterna una simbologia positiva ad una negativa.
Positiva è la laboriosità del ragno, unita a una grande precisione tecnica, che dimostra nel tessere la propria tela.
Altro aspetto molto rilevante, questa volta in chiave negativa, è il pericolo potenziale rappresentato dal ragno, predatore, talvolta velenoso, che grazie alla sua tela o, in alcuni casi, alla caccia si procura il cibo per divorarlo ancora in vita dopo averlo paralizzato.
Tra le numerose particolarità del ragno, spiccano il mito di Aracne e il fenomeno del tarantismo.


immagine di Teoderica

martedì 15 novembre 2011

UN ALBERO SENZA RADICI SI SECCA

Da un' intervista su "LA VOCE" a Gianfranco Morra sul suo libro " Antidizionario dell' Occidente.


Nessuna epoca storica può essere giudicata totalmente buona o malvagia.Il bene e il male ci sono sempre e dovunque.
Trovo che la conquista maggiore della modernità è stata l' emancipazione femminile ( nel solco della tradizione cristiana; infatti in aree culturali diverse è mancata.) O meglio, che lo sarebbe stata, se non fosse stata accompagnata da quella degradazione e travestimento della donna, che è la causa principale della distruzione della famiglia e della denatalità.La civiltà moderna è stata la prima che ha preteso di fare a meno della religione tradizionale, e paga questo suo ateismo con le crisi per ora insuperate che la lacerano:energetica, religiosa, morale, sociale, psicopatica,atomica. Sappiamo che nessuna civiltà è eterna. E che quella occidentale ha i segni di " ultimi giorni di Pompei", col pericolo, poi, che la globalizzazione contagi tutte le altre civiltà in una generale agonia. La crisi di una civiltà può essere sospesa e anche capovolta. Ma solo riconquistando i valori della sua tradizione: che per noi significa cristianesimo. Altrimenti, " un albero senza radici secca" ( Benedetto XVI).
Le trasformazioni della modernità hanno raggiunto ogni angolo del pianeta. Non potevano non toccare anche la Romagna, nella quale il turismo di massa ha accentuato indifferentismo morale e primato del guadagno.
La Romagna in alcuni casi occupa i primi posti nei fenomeni disgregativi dell' uomo e della sua dignità.Di certo l' indicatore più importante della crisi, che è la stabilità familiare, non lascia tranquilli.La tradizione della Romagna è sempre stata quella della famiglia matriarcale: l' azdora dedita unicamente alla cura della casa, era il vero centro della famiglia e la principale educatrice dei figli( di lei avevano paura, non del padre). Oggi è stata immessa anch' essa nel lavoro fuori casa e non ha trovato molta collaborazione domestica col marito. E spesso ha fatto propria l' ideologia deresponsabilizzante dell' edonismo radicale.La Romagna è ai primi posti per la diminuizione di matrimoni e nascite;forte la nostalgia delle tradizioni, che tuttavia non va molto al di là delle feste popolari e delle ricette gastronomiche.


immagine di Teoderica

sabato 12 novembre 2011

IL FERREO SIGNORE DI SHANG

Da un articolo di Davide Brullo su la Voce di Romagna.


" Tra tutti, amo IL LIBRO DEL SIGNORE DI SHANG, redatto intorno al IV secolo a. C. , il quale mette le cose in chiaro:" Se si mettono i virtuosi nei posti di rilievo, le trasgressioni rimarranno nascoste; invece impiegando i malvagi, i reati verranno puniti. Nel primo caso il popolo sarà più forte della legge, nel secondo la legge sarà più forte del popolo"; "Se, nell' applicare le punizioni, si considerano gravi le trasgressioni gravi e lievi quelle lievi, le trasgressionin lievi non verranno meno e, di conseguenza, non vi sarà modo di por fine a quelle gravi"; "La punizione genera forza, la forza genera potenza, la potenza genera soggezione , la soggezione genera virtù".
In questo trattato ferreo, la logica vuole che il mondo sia dominato dal caso, e l' uomo sia un animale violento, da ingabbiare. Per questo la legge è impressa con la forza: non si attende che l' acqua si conformi nell' alveo de buonsenso e del buogusto, ma la costringe in una diga."




immagine di Teoderica

mercoledì 9 novembre 2011

BAMBOCCIONI A TUTTE LE ETA'

BARZELLETTA


- Questa mattina, non voglio andare a scuola.
- Ci vai, ci vai.
-No, ho detto che non ci vado e non ci vado.
- Ci vai, ci vai.
-Ho detto che non ci vado, e non ci andrò, non ne ho voglia.
- E invece ci andrai. Ci sono due buoni motivi, per cui ci devi andare: uno è che hai 50 anni, e l' altro è che sei il preside della scuola.



immagine: Me ne frego di Teoderica

domenica 6 novembre 2011

IL NASO E' LIBERTA'

Da un articolo di Primo Fornaciari su la "VOCE di ROMAGNA"

"L' olfatto fu il primo dei nostri sensi, tale fu la sua funzionalità che la piccola protuberanza di tessuto olfattivo alla sommità del tessuto nervoso si trasformò in cervello. Siamo in grado di pensare perchè siamo in grado di annusare. Nella narrazione biblica: ...e plasmò il Signore Iddio l' uomo polvere dal suolo, e soffio nel suo naso alito di vita, e fu l' uomo anima vivente.
Nasciamo dal naso.
Naso in ebraico è af ( aleph-peh) parola che contiene la lettera peh che a sua volta da sola significa bocca e soffio, ovvero parola. La bocca divina che si apre e soffia l' alito di vita nelle narici umane. Per questo af , scomponendo le due lettere che lo formano, significa Elohim (aleph) che apre cioè libera ( peh). Dunque dal naso la...libertà."

giovedì 3 novembre 2011

DIO E' MORTO MA NON IL SUO BISOGNO

Da un articolo di Ugo Amati su la Voce di Romagna.


Charles Melman alla presentazione del suo libro: "L' uomo senza gravità" esordisce così.
"Il nostro è il tempo dell' evaporazione del padre. L' epoca storica di un godimento frastornante disancorato dalla legge paterna. Abbiamo una desessualizzazione dell' inconscio in un corpo sempre meno erotico. C'è una libertà senza vincoli e senza limiti in un contesto esistenziale che non contempla la rinuncia. Il desiderio è penalizzato perchè solo dal sacrificio del godimento può nascere qualcosa di forte e di strutturante per il soggetto. Se gli appetiti umani non sono ridimensionati la convivenza diventa problematica e spunta qua e là la violenza."
Nel riconoscimento dell' altro in quanto simile risiede la forza e l' attualità della psicanalisi. Con l' emigrazione il problema è aumentato perchè nella parola gli emigrati vengono misconosciuti come simili. Ci si rivolge a loro come qualcuno che non dovrebbe esserci. C' è tuttavia un paradosso. Se il nazionalismo degli Europei è messo in sordina, gli emigrati sono ancora più tentati di far valere la propria identità. E poi c'è da dire che il riconoscimento dell' altro è diverso da cultura a cultura.
Da parte mia mi sembra di poter aggiungere che il bisogno di spiritualità è l' altra faccia della medaglia di un mondo che si riconosce solo attraverso la tipologia dei consumi.
Dio è morto, ma non il bisogno dell' Altro. Un Altro che va aldilà dei bisogni terreni.



immmagine di Teoderica

lunedì 31 ottobre 2011

BARZELLETTA ASSURDA

L' insegnante ad un alunno:
- Quanto fa 8 per 3?
-Martedì!- risponde il ragazzo.
-Forza, quanto fa 8 per 3?
-Fa 19.
-Ma no! Insomma pensaci bene: 8 per 3.
-Fa 24.
Bravo! E adesso dimmi come ci sei arrivato.
- Semplice, ho diviso martedì per 19.












immagine di Teoderica

venerdì 28 ottobre 2011

IL SIGNIFICATO SMARRITO DEL LOGOS

Stralci da un' intervista di Antonio Gnoli all' autore del libro: NUMERO E LOGOS di Paolo Zellini.

"La logica sebbene abbia una stretta relazione con la moderna scienza del calcolo, non basta per capire cosa hanno in comune matematica e filosofia. Viceversa, una parte del pensiero mitico, filosofico e rituale, che di solito ignoriamo, aiuta a capire meglio il significato di importanti costruzioni matematiche.
Il mare nella tradizione greca come pure in quella ebraica, era metafora del disordine. Navigare sui flutti era un modo per placare il demone della nascita, allo scopo di raggiungere un approdo alla terra promessa. Ma appena fuori dei flutti si incontra il numero. Nell' Odissea Proteo, dio del mare ambiguo ma veritiero, appena fuori dall' acqua passa in rassegna il suo gregge di foche contandole cinque per cinque.
Mito e logos si incontrano nel quarto libro dell' Odissea. E' qui che il logos rivela il senso originario di raccogliere, censire, enumerare. Tutto sembra aver congiurato per avere oggi un logos generalista: dalla filologia all' idealismo filosofico, dalla filosofia scientifica del "900 agli orientamenti di pensiero che hanno emarginato la matematica o hanno preteso di intenderla alla stregua di un linguaggio rigoroso, basato su assiomi e deduzioni formali. Ma il logos non è mai stato solo un "discorso".
Ciò che ci appare irrazionale è spesso impregnato di razionalità. Viceversa, certi modi di accogliere,usare o difendere la verità scientifica, celano atteggiamenti irrazionali.
Oggi siamo sommersi da allusioni profetiche sui mali della tecnica, i numeri e gli algoritmi che sembrano consegnarci ad un destino arido, portano in sè elementi di straordinaria ricchezza concettuale.
La lettura dei filosofi e dei matematici antichi aiuta a capire quanto sarebbe assurdo attribuire al numero e ai calcoli eseguite dalle macchine una connotazione di pura malvagità.
Io credo che occorra ripensare e recuperare nel calcolo moderno, la sintesi di scienza e umanesimo che vive nel significato smarrito di logos."



immagine di Teoderica

martedì 25 ottobre 2011

TEMI SCOTTANTI E FONDAMENTALI

Riassunto di un articolo apparso sul quotidiano Repubblica sul libro" Che cosa vuol dire morire" che raccoglie sei interviste con Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Vito Mancuso, Giovanni Reale, Aldo Schiavone e Emanuele Severino.


" Il rapporto tra storia e destino è al centro degli interventi di Schiavone e Bodei. Dire, come fanno entrambi, che il prodigioso sviluppo tecnologico spinge la vita, e dunque la morte, in un' orbita non più naturale, ma intensamente storica, perchè aperta all'intervento umano, vuol dire che l' epoca iniziata con la comparsa dell' uomo sulla terra, si va concludendo. Senza poter sapere cosa ci riserva il futuro, e senza sottovalutare i rischi che tale trasformazione comporta, per i due autori il percorso verso la liberazione della specie umana dai vincoli della natura è ormai segnato. Nonostante il suo fascino, il problema di fondo, in simile prospettiva non sta tanto nella perdita della dimensione naturale a favore di quella storica, quanto piuttosto in una concezione troppo fluida della stessa storia, cioè della sottovalutazione dei traumi o delle fughe di senso, che troppe volte l' hanno trascinata indietro, quando si è illusa di fuggire verso il futuro, dimenticando la propria origine opaca.
Altra problematica è fra tecnica e fede. Le religioni perdono terreno davanti all' incalzare della conoscenza scientifica. Dopo aver perso la battaglia sia con Galileo, sia con Darwin, la Chiesa Cattolica rischia di perdere la guerra. Tuttavia si osserva un singolare rovesciamento di campo. Come osserva Reale, nell' uso di terapie volte a trattenere in vita i corpi cerebralmente morti è proprio la Chiesa a sostenere le ragioni dela tecnica, rispetto alla spontaneità dei processi naturali. Ma all' altro capo del binomio, come ci insegna Severino, la tecnica a sua volta è diventata una fede, nel senso che ha sostituito la credenza in Dio come argine al nulla che ci circonda.
L' ultima coppia, Mancuso e de Monticelli parla della relazione tra persona e corpo. Entrambi vedono nell' idea di persona ciò che riconduce il fenomeno della vita, nel suo rapporto con la morte, dal piano biologico a quello individuale del singolo essere vivente. Solo nell' esperienza irr ipetibile di ciascuno la vita sperimenta il suo valore, ciò è una verità indubitabile, come indubitabile è la pari dignità di ogni essere umano."


immagine di Teoderica

sabato 22 ottobre 2011

IL MOSTRO DELLA LAGUNA

Volete diventare amici di un vero mostro, allora cliccate qui
e troverete il Mostro della laguna.
Il mostro è approdato a Ravenna durante i festeggiamenti della Notte d' Oro , lo scorso 8 ottobre a Ravenna al Museo d' Arte della città.
Grande il mio stupore quando ho visto la sagoma di circa 5 metri, col mostro che ondeggiava su uno specchio di acqua rettangolare, bello e mostruoso innalzava pinnacoli acuminati mentre le squame brillavano di colori diversi, egli soffiava come un mantice e una voce dal suono misterioso e gutturale usciva da una bocca che era come un antro oscuro.
Cosa è il mostro della Laguna?
E un'opera d’arte e d’ingegno, una formidabile avventura in cui arte, design e tecnologia si fondono alla ricerca di un linguaggio nuovo per far interagire due materie antiche ed opposte: l' acqua e il vetro.
Uno scheletro in acciaio, un’epidermide di vetro di Murano, realizzata dal Maestro Nicola Moretti , ed un’innovativa anima tecnologica danno vita alla creatura magica nata da una leggenda raccontata da Alberto Toso Fei.
Ecco cosa racconta la leggenda:

Un mostro liscio e nero, dal grande corpo di serpente e dalla testa di cavallo. È la terribile visione che potrebbe apparire a chi si affacci da Punta della Dogana. Leggenda vuole infatti che in una grande cavità posta sotto questo luogo, sicuramente uno dei più panoramici e suggestivi di Venezia, dimori una terribile creatura, simile a un enorme serpente di mare. Il mostro delle acque nere , così come è chiamato, si farebbe vedere molto raramente, e solo nelle notti senza luna, quando il vento increspa le acque rendendo indistinguibili le forme che vi si muovono.

L’ultimo avvistamento risale agli anni Trenta, quando due pescatori – intenti con una piccola lampada a catturare qualche seppia – raccontarono di aver visto il mostro, a pochi metri da loro, aprire una bocca spropositatamente larga, inghiottire un gabbiano, e cercare di azzannarne altri, prima di inabissarsi. Dell’essere marino i due ricordavano i “bianchi denti a sega” e “gli otto metri di lunghezza, con un diametro di circa un metro nella parte più grossa”. Nel muoversi, il corpo della creatura “ondulava ritmicamente”, e la testa era apparentemente appoggiata sul pelo dell’acqua. Il nome di “mostro delle acque nere” deriverebbe da questa propensione a uscire quando l’acqua del bacino è molto scura, mancando in cielo la luce della luna.

(tratto da "I segreti del Canal Grande" di Alberto Toso Fei)


immagine " Il Mostro della Laguna"

mercoledì 19 ottobre 2011

19 OTTOBRE 2011


Il 19 ottobre è il compleanno di mio figlio e perciò per me è un giorno indimenticabile quindi dedico a lui e a me una poesia del mio amatissimo Roberto Piumini.

Perchè si festeggia il compleanno
( Roberto Piumini)

C'è un giorno nel giro del tempo
nel giro dell'anno rotondo:
lo festeggia con te chi è contento.

Tu sei nato in un giorno normale
lungo il giro rotondo dell'anno:
ma quel giorno si è fatto speciale
e lo chiamano il tuo compleanno.


Poi siccome una poesia mi sembra poca cosa ne aggiungo un' altra di Gianni Rodari che parla degli Eschimesi, in quanto mio figlio vive lontano, là vicino all' Alaska dove fa tanto freddo, ma..."il cuore degli uomini basta da solo
a scaldare perfino il Polo".

Gli esquimesi
(Gianni Rodari)

Strana gente, gli esquimesi:
sono di ghiaccio i loro paesi;
di ghiaccio piazze, strade e stradette,
sono di ghiaccio le casette;
il soffitto e il pavimento
sono di ghiaccio, non di cemento.
Perfino il letto e’ di buon ghiaccio,
tagliato e squadrato col coltellaccio.
Ed e’ di ghiaccio, almeno pare,
anche la pietra focolare.
Di non-ghiaccio c'e’ una cosa,

la piu’ segreta, la piu’ preziosa:
il cuore degli uomini che basta da solo
a scaldare perfino il Polo

Avrete notato come questi due autori siano semplici e profondi come il cuore di un bambino, lo stesso che batte nel mio cuore, anche se io sono una bambina triste.

immagine di Teoderica

sabato 15 ottobre 2011

BAT E BOX


L' Art Brut o Arte Grezza

Ecco la definizione di Jean Dubuffet: L'arte grezza designa “lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non stereotipi dell'arte classica o dell'arte di moda„.

Ed ancora: “Quei lavori creati dalla solitudine e da impulsi creativi puri ed autentici - dove le preoccupazioni della concorrenza, l'acclamazione e la promozione sociale non interferiscono - sono, proprio a causa di questo, più preziosi delle produzioni dei professionisti.

Quando COSIMO DE BARI l' autore della tavola, che vedete nell' immagine, il cui titolo è Bat & Box, mi ha fatto vedere le sue opere ho pensato subito all' Art brut, un' arte senza tecnica, grezza ma libera da ogni costrizione e riferimenti ad altre poetiche e perciò veramente unica.
Cosimo si avvale di colori accesi, poche ombre od oscurità, il rosso della passione e dell' allegria straripa ridente come un ruscello di montagna. E scoppi di risa come non facevo da quando ero fanciulla ha provocato in me il tema della tavola e il titolo che Cosimo le ha dato.
Cosimo raccoglie le tavole ed altri materiali nelle discariche, perchè per lui tutto è bello, tutto è nuovo, poi dipinge sugli scogli mentre gli arrivano in faccia gli spruzzi delle onde del mare che lui ama tanto. Sul rosso del fondo, spruzza macchie di blù di giallo e di verde, saremo al mare , ma Cosimo non sa stare senza fiori. Su questo fondo, a sinistra, dipinto come un cono gelato ecco il Bat, vederlo sbucare da una cerniera aperta, potrebbe diventare osceno, qui no, solo una irrefrenabile risata. Grazie Cosimo, perchè oggi è molto più facile piangere che ridere. Bat significa pipistrello in inglese e facile passare da pipistrello a volatile e poi a uccello e quindi a pene...altra risata.
A destra, sullo stesso fondo, si staglia un volto che con occhi spalancati, guardano il Bat, questo pensavo io, ma Cosimo mi spiega che quello che credevo occhi sono in realtà due seni, realizzati con dei bottoni, ed il triangolo realizzato con bottoni neri è la Box.
Ma cosa è la Box? Suvvia un po' di fantasia, box vuol dire scatola in inglese e quale scatola (o nido per l' uccello) è più calda ed avvolgente della vagina?
Forse non ho fatto una critica d' arte seria, ma l' opera "Bat & Box" è unica, spudorata, allegra, inoltre la forte ironia della sua poetica mi ricorda l' istrionismo eclettico di Marcel Duchamp, in lui niente riverenza solo fanciullesca irriverenza .
Ringrazio tanto Cosimo che mi ha dato modo di presentarla anche a voi.


immagine Bat & Box di Cosimo de Bari

mercoledì 12 ottobre 2011

A CHE SERVE LO SBADIGLIO?

Sbadigliare viene dalla parola badare, che inizialmente significava aprire e quindi significa aprire la bocca.
Lo fanno tutti ma nessuno sa il perchè, iniziamo a farlo nel ventre materno e continuiamo fino alla vecchiaia.
Ippocrate nel VI secolo aveva ipotizzato che servisse a liberarsi dall' aria cattiva ed aumentare l' aria buona nel cervello , la versione moderna di questa teoria vuole che lo sbadiglio migliori i livelli di ossigenazione del sangue, ma ciò non è stato verificato perchè chi ha malattie cardiache o polmonari non sbadiglia di più. Senza alcun dubbio si sbadiglia di più, prima e dopo il sonno, forse lo sbadiglio serve ad essere più svegli, ma l' EGG non ha dimostrato che il cervello era più vigile. Può essere che lo sbadiglio regoli la temperatura corporea?Alcuni studiosi hanno dimostrato che lo sbadiglio è contagioso e che poteva essere diminuito con impacchi freddi , mentre aumentava con impacchi caldi, ma la causa non era svelata, perchè è notorio che il caldo aumenta la sonnolenza.
Allora perchè sbadigliamo?
Non sapremo perchè sbadigliamo ma lo sbadiglio ci fa bene.
Lo sbadiglio dura, circa sei secondi, attiva la circolazione e rilassa i muscoli. E' uno stiramento che risveglia la totalità del nostro essere e libera un po' di tensione dal corpo. Le circostanze in cui si sbadiglia sono diverse.Uno dei motivi per cui si sbadiglia è legato alla possibilità di addormentarsi, quando ciò viene considerato fisicamente o socialmente pericoloso. Il sonno diventa un nemico da combattere e lo sbadiglio, al contrario di quello che si pensa, aggredisce e avverte. E' un riflesso del nostro organismo per resistere alla fatica e alla fame.
Sbadigliare vuol dire aumentare la quantità di ossigeno nell'organismo, favorisce la circolazione e lo scambio respiratorio tra il corpo e l'ambiente. Sbadigliare aiuta anche a lenire il dolore: l'aumento dell'ossigeno nel sangue spegne la mente "razionale", ci si distrae e le energie risparmiate si usano per produrre sostanze che il nostro organismo produce per calmare il dolore. E non solo! L'inibizione della mente razionale libera le capacità più intuitive e creative che stanno dietro a ogni colpo di genio. Infine, ma non meno interessante, è sapere che lo sbadiglio aumenta le capacità percettive e galvanizza i sensori del piacere...quindi buon sbadiglio.


http://www.lifegate.it/it/eco/people/salute/medicina_olistica/cosa_c_e_dietro_allo_sbadiglio.html

immagine di Teoderica

domenica 9 ottobre 2011

UNO STRANO COLLEZIONISTA

Siamo nel 1750 circa, Giovanni Bianchi, medico scienziato e collezionista riminese, latineggiò il suo nome in Janus Plancus e trasformò la sua abitazione in un museo, fra reperti archeologici, medaglie ed inquietanti "preparati anatomici".
In una delle vetrine della sezione anatomopatologica erano espoti una serie di " imeni secchi".
Plancus conduceva una specie di battaglia contro i negatori della presenza dell' imene femminile, per cui era sbeffeggiato dai suoi colleghi toscani.
Questa sua battaglia lo portò ad imbattersi nello strano caso di Teresa Vizzani.
Teresa era propensa all' amore per il suo stesso sesso.
Scoperta una sua relazione omosessuale, fu costretta a fuggire, e per evitare altre fughe, iniziò a travestirsi da uomo e a chiamarsi Giovanni.
Andò a servizio presso facoltose famiglie ( allietando le servette di casa) e per meglio mimetizzarsi si dotò di un " bel piuolo di cuoio ripieno di cenci" e che mostrava con baldanza ( coperto) ai suoi compagni.
La fama del superdotato e le donne che aveva sempre intorno gli diedero l' etichetta di " maggior donnaiuolo di questa terra".
Questa fama portò Teresa/Giovanni alla rovina, fu coinvolta in una specie di duello d' onore, estrasse la pistola, ma un colpo d' archibugio la ferì gravemente.
Spirò all' ospedale di Siena e scopertane l' identità e la verginità il suo corpo divenne oggetto di curiosità e devozione, il suo corpo smembrato per farne reliquie .
Arrivò il Plancus che dissezionandone i genitali, se ne servì per ribadire che l' imene è una cosa certissima in tutte quelle fanciulle che sono veramente vergini.
Direi che c'è sufficiente materiale per far arrabbiare le donne.


immagine: I LOVE YOU di Teoderica

giovedì 6 ottobre 2011

IL FLAUTO MAGICO

IL FLAUTO MAGICO (racconto di fantasia in tre puntate)


3 puntata


Sono le quindici , finito il lavoro, di volata a casa, doccia e trucco e parrucco e poi all' appuntamento delle sedici e trenta, di corsa, in bici al portone di San Vitale dove Marino da perfetto gentiluomo già l' aspetta.
Il pensiero di vedere Marino le fa dimenticare la stanchezza, la giornataccia e spontaneamente le fiorisce un sorriso mentre svolta da via Salara verso San Vitale.
Eccolo è là il suo Marinino.
Lui l' abbraccia, le labbra si uniscono la lingua saetta, vorrebbero passeggiare ma...preferiscono appartarsi e...qui non vi dico più nulla per privacy.
Vi dico solo che Marino alle venti e trenta ancora non voleva uscire ma Kate voleva vedere Il Flauto Magico in versione africana, Kate ama tanto Mozart e quando sente l' aria della Regina della Notte il suo sangue pare che ribolla nelle vene, come se piccoli robottini andassero sù e giù dentro al suo corpo.
" Dai, dai andiamo, dobbiamo ancora prendere i biglietti."
Marino, per accontentare Kate, si decide ad alzarsi dal letto e a vestirsi, mentre Kate già scende le scale e corre in bici per riuscire a prendere i biglietti.
" Ultimi tre biglietti e posti solo in galleria."
" Due, grazie."
E pensare che dicevo che era una giornataccia, che fortuna sfacciata , per un pelo sono riuscita ad avere i biglietti.
Ed ora io e Marino abbiamo gioito insieme guardando lo spettacolo e voi che avete letto sino a qui se volete fate clic sul video ed entrate nel mondo del Flauto Magico e fate che nella vita di tutti i giorni entri un po' di fantasia.

lunedì 3 ottobre 2011

IL FLAUTO MAGICO

IL FLAUTO MAGICO (racconto di fantasia in tre puntate)

2 puntata

" Ah non posso uscire con Marino, non ho niente da mettermi"
" Eccomi , arrivo."
Uffa, lavoro e lavoro che giornataccia.
Deciso mi metto l' abitino in voile rosa , un po' trasparente, ma l' ultima volta che l'ho messo l' autista dell' autobus si è fermato e mi ha dato la precedenza sulle strisce pedonali, anche se io ero in bici e parlavo al telefonino e mi ha fatto pure un sorriso, sì metto l' abitino rosa con sandali e borsa azzurri .
" Eccomi , arrivo."
Uffa, lavoro e lavoro che giornataccia.
Sotto l' abito rosa metterò un reggiseno bianco e alla fine del lavoro voglio vedere se riesco ad andare a comprare quegli slip fucsia che ho visto ieri, a Marino piace tanto il fucsia.
Marino dipinge tramonti ed albe fucsia, Kate vorrebbe amare i colori ma chissà perchè anche quando cerca di mettere sulla tela colori vivaci le escono colori stinti, spenti, tanto tanto a modino ma mai vivi, sempre colori morti, morti come è morta lei, mentre Marino è come il re magio del mezzo. Sto parlando dei famosissimi re magi in mosaico che si trovano a Sant' Apollinare Nuovo a Ravenna. Bene, questo re magio è coloratissimo, e come un folletto dal passo lieve sembra attraversare i fatti della vita con leggerezza e nonchalance.
Ecco Marino riesce a dare nonchalance alle mie tristezze e malinconie.
" Arrivo, arrivo , prego ecco il resto e grazie"

venerdì 30 settembre 2011

IL FLAUTO MAGICO

IL FLAUTO MAGICO (racconto di fantasia in tre puntate)


1 puntata


La mattina l' aveva passata al lavoro, servendo caffè e birre gelate al bar della Piazza. Incessante il movimento dei clienti, l' arrivo di tre navi crociera aveva spadellato una miriade di turisti accaldati e Kate, diminutivo di Caterina, aveva capito che quella sarebbe stata una giornata infernale e quando le giornate iniziano male poi proseguono peggio.
Con quale piede era scesa dal letto destro o sinistro, e poi porta male il destro o il sinistro, mah. Kate in gonna nera e camicia bianca con sù scritto Segafredo, che è una marca di caffè, sa già che non potrà neanche fumarsi una sigaretta e pensare che il suo datore di lavoro, gran fumatore, non solo non sbrontola se si ferma a fumare ma pure gliene offre.
Giornataccia, già scema la fiducia in sè stessa, già si sente più grassa e poi i capelli la parrucchiera li ha tagliati troppo corti, sì c'è quel tipo laggiù che le sta facendo l' occhiolino, forse è carina o forse il tipo ha un bruscolo in un occhio.
E oggi dovrebbe uscire con Marino, già sono distrutta ora e poi oggi sono brutta e grassa, ora che ci penso ho letto da qualche parte che i grassi dovrebbero essere tartassati come i fumatori , bè non hanno tutti i torti perchè il grasso oltre ad essere antiestetico, fa anche male alla salute .

martedì 27 settembre 2011

MADAMINA IL CATALOGO E' QUESTO


MADAMINA IL CATALOGO E' QUESTO

delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt'io:
osservate, leggete con me.

In Italia seicento e quaranta,

in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.

V'ha fra queste contadine,

cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.




Nella bionda egli ha l'usanza

di lodar la gentilezza;
nella bruna, la costanza;
nella bianca, la dolcezza.

Vuol d'inverno la grassotta,

vuol d'estate la magrotta;
è la grande maestosa,
la piccina è ognor vezzosa.

Delle vecchie fa conquista

pe 'l piacer di porle in lista:
ma passion predominante
è la giovin principiante.

Non si picca se sia ricca,

se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

DAL LIBRETTO DI DON GIOVANNI, DI W. A . MOZART





immagine di Teoderica

sabato 24 settembre 2011

SANGUE DI GIOVE


A Santarcangelo nasce il nome per il nostro vino più famoso: il Sangiovese.
Santarcangelo ha più di 150 grotte scavate nel sottosuolo, un vero labirinto di fatto e di mente. Gli studiosi non sono ancora riusciti ad identificare l' origine e la funzione. Ipotesi parlano di culto mitraico, altre di catacombe , ma l' ipotesi più accreditata è quella di cantine per il vino.
Il Sangue di Giove o Sangiovese è il vino re della Romagna,ha un bel colore rosso rubino con riflessi violacei; olfatto suadente e vinoso, con sentori piu' o meno accentuati di viole. Tannini abbastanza morbidi, retrogusto piacevolmente amarognolo. La versione "superiore" ha una gradazione maggiore; quella "riserva" e' invecchiata piu' di due anni, si accosta bene a salumi, primi piatti con il ragu', paste ripiene e pasticciate, arrosti e bolliti di carni.
Una leggenda narra che i padri capuccini di Santarcangelo( Santarcangelo è un paese romagnolo che sorge sul monte Giove), abili coltivatori di vite e produttori di un prelibato vino rosso , ospitarono un giorno un illustre personaggio. In occasione del banchetto gli offrirono una coppa del loro vino migliore, l' ospite estasiato dalla bontà del vino, ne chiese subito il nome. Questo scatenò imbarazzo perchè nessuno aveva mai dato un nome al vino, ma uno dei frati prontamente disse : si chiama Sangue di Giove, ispirandosi al colle su cui sorge Santarcangelo,che poi diventò Sangiovese.


immagini : Santarcangelo di Teoderica